| 05 | I vini di moda e la moda dei vini.

12 / 2002
I pericoli dell'omologazione internazionale dei vini italiani, attraverso un parallelismo con il Fashion System

Moda, Design ed Enogastronomia ci vedono vincenti in tutto il mondo. Rischia però di esserci un'eccezione: il vino, se continua questa insana e sciocca strategia imitativa e di omologazione al gusto internazionale.
Prendiamo ad esempio la moda: in questo settore il "Sistema Italia" è riuscito ad ottenere un grande successo globale, proprio perché i nostri Stilisti ed i nostri Produttori industriali (a differenza di molti Enologi e Produttori di vino) hanno preso ad esempio la Francia per differenziarsi e non per imitarla.
La cultura della moda, infatti, è senza ombra di dubbio nata in Francia: è in questo paese che verso la fine dell'Ottocento nasce il pret-a-porter, la produzione in serie di capi di moda; ed è sempre in Francia che, durante gli anni Venti nasce il concetto di stilismo (si pensi a Coco Chanel).
Eppure, ad oggi, l'Italia è considerato il "paese della moda", con una quota mondiale nel lusso che raggiunge il 30%! Ma allora come è stato possibile, di fronte ad un concorrente forte e strutturato come la Francia, che la moda italiana abbia conquistato una posizione di leadership internazionale?
In sintesi: differenziandosi e valorizzando le competenze locali specifiche! Allo stesso modo, nella gastronomia i prodotti tipici italiani hanno ottenuto una grande diffusione per la loro forte identità: la cucina di successo infatti è quella che affonda le radici nel territorio italiano.
Ed il vino? Sta pericolosamente intraprendendo un percorso inverso, al punto che i produttori italiani sembrano quasi soffrire di un complesso di inferiorità nei confronti della Francia, comportandosi come i produttori dei paesi nuovi venuti che, senza storia né tradizioni, si sono dovuti necessariamente rivolgere verso i vitigni più famosi e quindi verso quelli francesi.
La Francia invece non ha "adottato" alcun vitigno italiano e non è solo per il proverbiale sciovinismo francese, ma per una precisa vocazione culturale, orientata a valorizzare con determinazione il proprio territorio ed i suoi prodotti migliori.
Permanendo invece questa strategia imitativa ed omologante, due sembrano essere i fattori che potranno influire negativamente sulla competitività del vino italiano:

  L'omologazione del gusto italiano con quello dei vini internazionali, provenienti dai paesi nuovi produttori  (gran colore, morbidezza stucchevole, legno eccessivo): renderà la nostra produzione senza identità e quindi non riconoscibile e facilmente sostituibile. La prospettiva è quella di una guerra di prezzi (in parte già in corso) ed una conseguente erosione di quote.

  L'uso in etichetta del nome del monovitigno di vitigni internazionali   ci renderà confrontabili direttamente ed anche in questo caso sarà facile scivolare in una lotta di prezzo. Dovremmo chiederci: perché in Francia la principale strategia di comunicazione e quindi la notorietà conseguente, sono focalizzate sull'area di provenienza (Bordeaux, Bourgogne, Alsace, Champagne) e non sui vitigni? Dalla Francia dovremmo ispirarci per i concetti e per le strategie, non per i vini!

Ma in definitiva a quale strategia dovremmo ispirarci per evitare il peggio e garantirci una competitività in grado di vincere nel tempo?

  Dovremmo contenere la proliferazione delle DOC,  soprattutto quelle di piccola dimensione, promuovendo quelle più ampie e direttamente riferibili ad un territorio specifico e riconoscibile, magari noto per le potenzialità turistiche. Dovremmo altresì creare strumenti per la valorizzazione delle specificità riconosciute dei produttori eccellenti, come i "cru" in Francia.

  Si dovrebbero bloccare i disciplinari eccessivamente "aperti"   che annullano la tipicità ed abbattono l'identità. Si pensi ad esempio ad un Chianti Classico con il 15% di Cabernet Sauvignon (ammesso!) e lo si confronti con un Chianti Classico realizzato con Sangiovese in purezza!

  Favorire la ricerca e la valorizzazione dei vitigni autoctoni:   enologi e produttori dovrebbero impegnarsi per ottenere il meglio da vitigni con grande potenzialità, attraverso la ricerca sull'evoluzione clonale ma anche sulle tecniche di vinificazione ed affinamento, originali e non comuni, con l'obiettivo di differenziare il gusto e non omologarlo.

  Le imprese dovrebbero rinunciare all'individualismo,  cercando la valorizzazione delle proprie specificità in stretto legame con i valori del territorio (tradizioni, giacimenti culturali, enogastronomia, ecc.), noti e riconosciuti dal consumatore. Un'individualità specifica, insomma, rafforzata dall'area di provenienza.

Pochi concetti, che ci auguriamo facciano riflettere gli attori del sistema vitivinicolo.



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