Una delle principali ragioni della debolezza del nostro paese, distretto di Prato incluso, è la bassa cultura manageriale della dirigenza della maggioranza delle imprese.
Nessuno disconosce l'intraprendenza, il senso del rischio, la creatività, la capacità adattiva della classe imprenditoriale e dirigenziale delle piccole e medie imprese italiane, che in un contesto competitivo del passato, hanno consentito successi eccezionali. Oggi il sistema competitivo in cui le imprese debbono confrontarsi è rapidamente e profondamente cambiato e queste attitudini, naturalmente ancora preziose, da sole non sono più sufficienti per vincere.
Molte giustificazioni, in gran parte luoghi comuni, per la nostra debolezza: la manodopera che costa troppo, le tasse, la burocrazia opprimente e molti altri "lacci e lacciuoli" come si dice, che se per un miracolo fossero riportate – d'un tratto – ai livelli desiderati, migliorerebbero sicuramente la situazione, ma non sarebbero assolutamente sufficienti per vincere la guerra economica internazionale in corso.
Si prenda ad esempio la Cina: viene considerata un esercito di lavoratori sottopagati, senza regole, senza protezione ambientale e quindi un nemico imbattibile sul piano del basso costo della produzione manifatturiera. Se la Cina fosse solo questo, potremmo sperare ancora in una competizione dura, ma con la possibilità di conquistare un ruolo nella competizione internazionale.
Ma non è solo questo! Consiglio vivamente di leggere il recentissimo libro di Federico Rampini, corrispondente de "La Repubblica" dalla Cina, "Il secolo cinese", ed. Mondadori – per prendere coscienza che lo sviluppo di questo paese non è basato solo sulla manodopera a basso costo – considerato un vantaggio temporaneo (anche se di lunga durata) – ma su leve molto più sofisticate, che renderanno arduo combattere con le armi che siamo abituati a maneggiare oggi.
Limitiamoci ad analizzarne solo due:
La cultura manageriale e scientifica. La China International Business School di Shanghai, creata solo dieci anni fa, è già da tre nella classifica delle migliori università del mondo. Un fenomeno sorprendente è l'inversione del senso della fuga di cervelli, che dalla Cina si diffondevano – fino a poco tempo fa – nelle università occidentali. Oggi questa università è assediata dalle multinazionali del mondo che vogliono inviare a studiare i loro manager qui.
La Cina sta sfornando ogni anno 4 milioni di laureati: il più alto numero di scienziati e di ingegneri del mondo!
Questi sono i manager che, preparatissimi, con una cultura internazionale, avranno tutte le carte in regola per conquistare il mondo!
Noi cosa possiamo contrapporre? La creatività ed il senso degli affari? Solo con queste due leve è veramente un'utopia!
La strategia d'internazionalizzazione: oggi la Cina "esporta", ma l'alta strategia tende a "presidiare" i mercati, acquisendo e gestendo imprese in posizione da "insider", cioè da imprese inserite nel territorio.
I prezzi super competitivi sono utilizzati come "rompighiaccio", ma in realtà le imprese cinesi stanno conquistando i mercati mondiali da "dentro", acquisendo gruppi ed imprese occidentali per penetrare stabilmente nei mercati: gli esempi più clamorosi sono la IBM e la Rover, ma anche le fabbriche tessili cinesi in Ungheria. In Italia stanno cominciando a comprare imprese: anche a Prato si è percepito qualche "rumor". A quando le griffes della moda?
Lo stesso scopo hanno le numerosissime joint-ventures con imprese occidentali, per produrre in Cina: acquisire velocemente know-how tecnologico.
Una strategia sofisticata per bruciare le tappe: ..." in un colpo solo acquistano marchi che hanno già notorietà; acquisiscono manager che hanno esperienza; imparano a misurarsi con clientele straniere molto esigenti sull'affidabilità e i servizi di assistenza dopo-vendita; infine possono appropriarsi di tecnologie, tradizioni e competenze nel design"...
La grande casa automobilistica Changan ha recentemente aperto in Italia un Centro di ricerca e creatività per progettare nuovi modelli da esportazione. Il concetto: ..."Se i designer bravi sono in Italia, perché non farli progettare per noi?"...
E noi? Ci ostiniamo a voler "esportare" la produzione destinata al mercato nazionale, attraverso strumenti arrugginiti come le fiere, le manifestazioni promozionali dell'ICE e delle Regioni, i rappresentanti, gli importatori, ecc.
Ridare competitività al nostro paese è un fatto culturale: non ci mancano gli imprenditori – ce ne sono anche troppi – ci mancano imprenditori e manager con una formazione interculturale, adeguata alla complessità del sistema attuale.
Togliere tasse, abbassare il costo del lavoro, ridurre la burocrazia, finanziare a pioggia piccole e medie imprese in difficoltà, prolungherà la loro agonia, ma non ci renderà più competitivi.
La via d'uscita sono i giovani, i giovani talenti, formati ad una cultura degli affari internazionale, bravi non perché figli d'imprenditori, ma perché hanno avuto il coraggio – e con loro le famiglie che ne hanno i mezzi – di misurarsi a livello internazionale, imparando insieme a studenti di tutto il mondo, nelle migliori Università.
Noi siamo convinti a tal punto di questa linea strategica, che abbiamo deciso di investire – nei limiti della nostra dimensione – per contribuire a finanziare giovani talenti che vogliano sviluppare la propria professionalità nella massima università cinese: Shanghai!
Io suggerisco un'iniziativa per la costituzione un fondo "aperto", per finanziare studi internazionali a giovani laureati toscani che si impegnino, una volta acquisito il master, a dedicare almeno due anni della loro vita professionale allo sviluppo delle imprese del distretto di Prato verso il mercato cinese.
Questa iniziativa deve essere un segno forte dell'imprenditoria pratese, senza aspettare fondi pubblici che la sostengano. Se gli imprenditori pratesi ci crederanno aderiranno numerosi, altrimenti? ... una conclusione che lascio a chi legge!
Suggeriamo di intitolare questa iniziativa "Fondo di sviluppo manageriale internazionale Alberto Parenti", per ricordare uno dei pochi uomini a Prato che abbia diffuso la necessità di sviluppare "Cultura degli affari" e non solo "Senso degli affari".
Il costo di una borsa di studio per un master all'Università di Shanghai si aggira intorno a 30.000 euro: noi sottoscriviamo il 10% per i prossimi tre anni!
(Questo è il testo di un articolo pubblicato su "INDUSTRIA news" n° 11, la Newsletter dell'Unione Industriale Pratese, l'11 Novembre 2005)
Giampaolo Pacini
Consulente di strategia d'impresa
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