La nostra comunità economica sta attraversando un momento di grande incertezza ed i
segnali che potrebbero consentirci un corretto orientamento sulle scelte da adottare sono
rari e interpretabili anche in modo talvolta contraddittorio. Questa situazione si riflette
sulla posizione dei principali attori del sistema competitivo – gli imprenditori – che è di profondo disagio.
I segnali si cerca di coglierli, normalmente, analizzando i risultati aziendali, parlando tra
imprenditori, ascoltando clienti e fornitori, leggendo la stampa, partecipando a convegni e
dibattiti, leggendo relazioni di economisti, ascoltando - sempre con minor attenzione - le
dichiarazioni dei politici.
E' possibile trarre una diagnosi da queste osservazioni? Sicuramente sì e molto
attendibile:
La globalizzazione dei mercati, di produzione e di sbocco, ha profondamente cambiato le condizioni di sviluppo dell'impresa.
Complessivamente la crescita mondiale è notevole, ma con grandi differenze: la Cina +10%, gli USA +5%, l'Europa +2%, l'Italia -0,5%.
Qualcuno ha detto che dopo il secolo inglese ('800) quello americano ('900) il secolo attuale sarà cinese: se questa è la prospettiva – ed i segnali in questo senso sono molto forti – si dovranno rivedere radicalmente i ruoli "produttivi", in particolare dei paesi sviluppati ed in particolare di quelli Europei.
La dimensione delle imprese italiane non è più adatta al nuovo contesto competitivo – sia per sostenere la competizione internazionale sia per garantire un rapido riposizionamento dell'offerta – e conseguentemente organizzativo.
I prodotti cosiddetti "basic" sono quasi completamente usciti dal nostro controllo e accordi tampone, come quello del tessile con la Cina, non fanno altro che rimandare, senza risolvere il problema di fondo: quale sarà il nostro posizionamento futuro?
Queste sono, lo abbiamo già detto, osservazioni largamente condivisibili, ma siamo in grado di esprimere soluzioni altrettanto condivisibili per garantire il futuro delle nostre imprese e quindi della nostra economia?
Il punto di osservazione di un consulente d'impresa come me è abbastanza interessante per due fatti: vivo la realtà cruda dell'impresa dal di dentro, quando faccio consulenza e contemporaneamente, per professione, sono obbligato a tenere sotto controllo i fenomeni evolutivi del sistema, con maggior attenzione e profondità di un imprenditore.
La sintesi sulle soluzioni che io ho letto, ormai nelle raccomandazioni di tutti gli "esperti"
agli imprenditori è rappresentata da questi tre imperativi:
La PMI deve innovare, nel senso che deve proporre al mercato prodotti innovativi (non solo nell'estetica), deve caricare i prodotti di valori anche immateriali (servizi e immagine di marca) deve innovare i processi produttivi (flessibilità, velocità e contenimento dei costi) e qualcuno azzarda a proporre alla PMI anche il presidio della distribuzione!
La PMI deve internazionalizzarsi, nel senso che il mercato mondiale non può più essere controllato con la tradizionale esportazione, intesa come vendita all'estero dei prodotti concepiti per il mercato nazionale, ma va "presidiato" direttamente con risposte adatte a ciascun mercato. Inoltre, anche se oggi lo si afferma con meno enfasi, deve essere capace anche di delocalizzare le produzioni meno strategiche nei paesi a basso costo della manodopera.
La PMI deve crescere, attraverso accorpamenti, fusioni, alleanze, per rendere la sua azione più competitiva, agendo sull'evoluzione del management e sul rafforzamento finanziario.
La mia considerazione su queste raccomandazioni è: sembra facile!
L'Italia è sostanzialmente un grande distretto industriale e la sua forza è stata finora basata sull'integrazione spontanea di tantissime piccole imprese "di fase", oggi incapaci da sole ad affrontare le tre sfide che vengono loro assegnate. E le grandi imprese non sono state capaci di valorizzare queste risorse, che finora tutti ci hanno invidiato.
La trasformazione è prevalentemente "culturale" ed è raggiungibile attraverso l'abbandono dell'individualismo per facilitare le aggregazioni, la consapevolezza che intuizione, capacità di rischio e dedizione al lavoro non sono più, da sole, sufficienti ad avere successo ma sono necessarie nuove competenze di gestione, ed infine attraverso la volontà di dotare l'impresa delle risorse finanziarie che la rendano non esclusivamente dipendente dal sistema bancario.
Quali strade si dovrebbero seguire, per riposizionare con efficacia il manifatturiero
italiano?
Da un lato rafforzare l'azione di lobby nei confronti dell'Europa e del Governo affinché si assicuri la creazione di condizioni di competitività internazionale ad armi pari.
Dall'altro sviluppare a livello regionale, provinciale e comunale, con le associazioni come attuatori, tutte le azioni necessarie ad incidere sulla cultura delle imprese, sviluppando progetti concreti, coerenti con la realtà locale, finanziando prima degli investimenti materiali il cambiamento del modo di pensare l'impresa.
Riusciranno tutti gli attori a recitare ognuno il proprio ruolo, abbandonando l'esclusiva attenzione ai massimi sistemi, come sta succedendo oggi, trascurando azioni dirette sul tessuto delle imprese?
Me lo auguro!
Giampaolo Pacini
Consulente di strategia d'impresa
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